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Come si studia davvero su una sbobina

Su una sbobina non si studia rileggendola: è materia prima, non materiale di studio. Si studia in tre mosse — ridurla ad appunti per argomento, con un titolo per blocco; girare quei titoli in domande a cui rispondere a libro chiuso; distribuire i ripassi invece di ammassarli. Rileggere serve, ma alla fine: l’ultima settimana, per rimettere insieme il filo.

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Una sbobina è materia prima, non materiale di studio

Trecento pagine di sbobine aperte sullo schermo, l’esame fra due settimane, e la sensazione precisa di non sapere da dove si comincia. Non è pigrizia: davanti hai un archivio, e un archivio non dice da dove si parte.

La sbobina è una fotografia fedele dell’aula: tutto quello che il docente ha detto, nell’ordine in cui l’ha detto. Non perde niente — ma è la qualità di un archivio. E si legge benissimo: alla seconda lettura scorre liscia, e quella scorrevolezza la scambiamo per padronanza. È familiarità: riconoscere una frase già letta costa zero, tirarla fuori a foglio bianco è un’altra operazione, e non l’abbiamo mai provata.

Il test dura dieci secondi: chiudi la sbobina e racconta a voce l’ultima pagina letta. Se non viene, non l’avevi studiata: l’avevi letta.

Se vuoi vedere che aspetto ha una lezione già ridotta invece che da ridurre, il modo più corto è caricarne una.

Quello che si sa su rileggere e su ripassare

Prima del metodo, chi lo sostiene. Due ricercatori della Kent State University, con un gruppo di colleghi, hanno passato in rassegna le tecniche di studio più diffuse fra gli studenti e ne hanno pubblicato il bilancio su una rivista di psicologia. Il verdetto su evidenziare e rileggere è netto: sono fra le strategie più popolari e non mostrano granché di promettente per l’apprendimento.

Le due che se la cavano bene sono esattamente quelle su cui si regge il metodo qui sotto: distribuire lo studio nel tempo e interrogarsi sul materiale prima della prova sono descritte come strategie molto efficaci. Sono anche le due che costano più fatica sul momento, e forse è per questo che perdono.

Una rassegna dice cosa rende in media, non cosa succederà a te martedì. È comunque più di quanto prometta un evidenziatore.

La riduzione: cosa si butta e cosa no

Ridurre non è riassumere a occhio: è raggruppare per argomento — la sbobina è in ordine di tempo, gli appunti vanno in ordine di contenuto — e dare un titolo a ogni blocco. Il titolo conta: se non riesci a scriverlo, quel pezzo non l’hai capito, e l’hai scoperto adesso invece che all’esame.

  • Si butta l’organizzazione dell’aula: appelli, avvisi, «riprendiamo da dove eravamo».
  • Si butta il parlato che gira a vuoto: frasi ricominciate, la stessa idea ripetuta con altre parole, i «diciamo» e i «no?».
  • Non si butta mai un esempio: all’orale è quello che ti salva quando la definizione non viene. Si accorcia a una riga, non si elimina.
  • Non si butta mai un «attenzione» o un «lo chiedo sempre»: sono l’unica traccia di come ragiona chi ti interrogherà.

La misura è semplice: da una lezione lunga devono restare poche pagine, non venti. Se la riduzione non riduce, non hai deciso niente — hai ricopiato con caratteri più piccoli.

Gira i titoli in domande, e rispondi a libro chiuso

Questa è la mossa che cambia la resa di un pomeriggio, e costa dieci minuti. Prendi i titoli della riduzione e riscrivili come domande: «Le tre cause della crisi» diventa «Quali sono le tre cause della crisi, e perché la terza pesa più delle altre?». Poi copri gli appunti e prova a rispondere — a voce o su un foglio, ma prima di guardare.

  1. Scrivi la domanda in modo che si capisca da sola

    Deve funzionare fra tre settimane, quando non ricorderai di che lezione era. «Il secondo caso» non è una domanda; «In quale caso il contratto è nullo?» sì.

  2. Rispondi prima di guardare, sempre

    Anche male, anche a metà. Il momento in cui non ti viene è quello in cui stai imparando: aprendo gli appunti subito, non arriva mai.

  3. Segna cosa hai saltato, non il voto

    Una crocetta accanto alle domande in cui hai dimenticato un passaggio: è la lista di cosa ripassare domani, e te la sei costruita da solo.

Resta fuori una categoria che le domande non coprono: i termini. Una parola letta dentro una frase si capisce sempre, perché il contesto la spiega, e questo ci convince di saperla; all’orale devi pronunciarla tu per primo. Tirane fuori una lista a parte e ripassala al contrario: copri la parola, leggi la definizione, prova a dire il nome.

Le date: quando ripassare, e quando invece rileggere

Le domande scritte e mai riaperte non servono a niente. In un calendario che si riesce a tenere, una lezione si tocca quattro volte: il giorno dopo, dieci minuti sulle domande e non sugli appunti; dopo tre giorni, solo quelle segnate; dopo una settimana, tutte, in ordine sparso; e nell’ultima settimana prima dell’esame, mescolate a quelle delle altre lezioni.

Gli intervalli esatti contano meno di quanto sembri: conta che crescano e che le date esistano sul calendario. Un ripasso «quando avrò tempo» è un ripasso che non c’è.

E la rilettura? Serve, ma per ultima. Rispondere a quaranta domande separate lascia il programma in pezzi: si sa tutto e non si sa più l’ordine. Una rilettura finale e veloce, sui titoli e sui passaggi da un argomento all’altro, rimette insieme il filo — che all’orale è metà del voto. È rileggere per primo, e per settimane, a non lasciare niente.

Dove Alessandria accorcia questo metodo

Il metodo funziona con carta e penna. Ha però un costo che nessuno racconta: la riduzione e la scrittura delle domande sono ore di lavoro prima che lo studio cominci, ed è lì che quasi tutti tornano a rileggere.

Alessandria fa quel primo tratto. Carichi la registrazione e ottieni la lezione scritta per intero — non un riassunto in poche righe — e accanto gli appunti divisi per argomento, il glossario e le domande, fra quiz e flashcard. Sul corso intero ci sono anche il super-riassunto, la simulazione d’esame e la tabella di marcia.

Quello che non fa conviene saperlo prima. Non ripassa al posto tuo: rispondere resta tuo, nessuna notifica ti avvisa e nessun mazzo si riordina da solo. Non esporta niente — nessun pulsante per scaricare, e le flashcard non si importano in Anki; l’unica uscita è pubblicare gli appunti su Notion. E una lezione, qui, è una registrazione audio o un file di testo: niente slide, PDF, immagini o video.

Se vuoi provare, prendi la lezione che ti spaventa di più e carica quella: le prime domande su cui ripassare le trovi già scritte.

Un pezzo di sbobina, e cosa ne resta dopo la riduzione

La sbobina, com’è

…allora, riprendiamo. Vi dicevo, no?, l’elasticità della domanda rispetto al prezzo. Che poi è una parola che spaventa e non è niente: è quanto la quantità domandata reagisce quando il prezzo si muove. Di quanto per cento cambia la quantità, di quanto per cento cambia il prezzo, si fa il rapporto e si guarda. Se viene più di uno la domanda è elastica — cioè la gente reagisce parecchio — se viene meno di uno è rigida, anelastica, come volete chiamarla. E da cosa dipende? Eh, principalmente dai sostituti: più cose ci sono che fanno la stessa funzione, più uno può scappare altrove, più è elastica. Poi il peso sul bilancio, il tempo che uno ha per adattarsi. Il classico esempio è il sale, il sale è rigido, il prezzo raddoppia e voi comprate lo stesso sale, mica potete cucinare senza. Ah, e questo è importante, ve lo dico perché lo chiedo sempre: se la domanda è rigida e il venditore alza il prezzo, l’incasso totale sale; se è elastica, l’incasso scende. Attenzione a questa, eh. Comunque nel libro sta al capitolo quattro, guardatevelo…

Gli appunti ridotti, e le domande

Elasticità della domanda al prezzo

Misura quanto la quantità domandata reagisce a una variazione di prezzo: rapporto fra variazione percentuale della quantità e variazione percentuale del prezzo.

Maggiore di 1 → domanda elastica; minore di 1 → domanda rigida (anelastica).

Da cosa dipende: disponibilità di beni sostituti (la causa principale), peso della spesa sul bilancio, tempo disponibile per adattarsi.

Esempio: il sale è a domanda rigida — il prezzo sale e la quantità acquistata resta quasi la stessa.

Effetto sui ricavi: se la domanda è rigida, un aumento di prezzo fa salire l’incasso totale; se è elastica, lo fa scendere. Segnalato in aula come domanda ricorrente d’esame.

Le domande ricavate da questi titoli

Come si calcola l’elasticità della domanda al prezzo, e sopra quale valore la domanda si dice elastica?

Qual è il fattore principale che rende elastica la domanda di un bene, e perché?

Che cosa succede all’incasso totale se il prezzo aumenta e la domanda è rigida? E se è elastica?

Perché il sale è l’esempio classico di domanda rigida?

Sono sparite le frasi d’aula e le ripetizioni; sono rimasti gli esempi, i termini da saper dire e l’avvertimento del docente. Da sei righe di appunti escono quattro domande a cui provare a rispondere a libro chiuso.

Esempio dimostrativo: il pezzo di sbobina qui sopra l’abbiamo scritto noi, a tavolino, su nozioni da manuale. Nessuna registrazione d’aula e nessuna parola di un docente vero finisce su questa pagina.

Domande su come si studia una sbobina

Devo studiare sulla sbobina o sugli appunti?

Sugli appunti. La sbobina è l’originale a cui tornare quando un passaggio non torna, o quando servono le parole esatte del docente. Il materiale su cui si studia è la sua riduzione — appunti per argomento, un titolo per blocco — e le domande che ne ricavi.

È vero che evidenziare non serve?

Evidenziare è fra le strategie più popolari, ed è anche fra quelle che quella rassegna ha giudicato poco promettenti, insieme al rileggere. La ragione pratica è che sottolineare non obbliga a decidere: quando due terzi della pagina sono gialli non hai selezionato niente.

Posso scaricare gli appunti o portare le flashcard in Anki?

No: da Alessandria non esce nessun file, non c’è nessun pulsante per scaricare e le flashcard non si importano in Anki. Appunti, carte e quiz si leggono e si ripassano qui dentro; l’unica uscita è pubblicare gli appunti di una lezione sul tuo Notion.

Da dove viene

Le pagine lette per scrivere questo articolo. Gli indirizzi sono quelli veri, non riscritti.

Comincia dalla riduzione, non dalla rilettura

Prova a contare le sere passate a rileggere sbobine, e quanto poco ne era rimasto il mattino dopo: quelle ore le hai pagate comunque, in tempo, e non le ha registrate nessuno. Carica la registrazione di una lezione e riparti da dove la riduzione è già fatta e le prime domande sono già scritte.

Le prime due lezioni non si pagano e non serve la carta. Dopo, Alessandria costa 6,49 € al mese, 5,99 € al mese col trimestrale, 3,99 € al mese con l’annuale — tutto incluso in ogni piano.