Dal blog

Come prepararsi a un esame orale

All’orale non ti viene chiesto di sapere: ti viene chiesto di dire. Sono due abilità diverse, e la seconda non si allena leggendo. Ci si prepara trasformando il programma in domande e rispondendo a voce alta, a libro chiuso, finché le risposte non escono in ordine.

Aggiornata il

Sai il programma, e alla prima domanda non ti esce una frase

Hai chiuso il programma, e su qualunque argomento sapresti dire se una frase è giusta o sbagliata. Poi ti siedi, arriva la prima domanda, e quello che esce è un mucchietto di pezzi nell’ordine in cui te li ricordi: parti da un dettaglio, torni indietro, ti accorgi che manca la definizione e la infili in mezzo. Le nozioni ci sono tutte. La risposta no.

La risposta onesta è che non hai un problema di studio: hai un problema di allenamento. Riconoscere una frase, ricordarla e produrla a voce sono tre cose diverse, e un orale chiede solo la terza. Rileggere allena la prima, le crocette la seconda: nessuna delle due ti fa uscire di bocca cinque minuti ordinati. Quella capacità si costruisce in un modo solo — rispondendo a voce, a libro chiuso, nei giorni in cui c’è ancora tempo per accorgersi di cosa non viene.

Vuoi cominciare stasera? Prendi un argomento a caso e parlane a voce per due minuti senza guardare niente. Se preferisci partire da domande già scritte, carica su Alessandria una lezione del corso: le prime due non si pagano.

Perché dirla ad alta voce cambia la risposta

Sembra la parte folkloristica del metodo, ed è infatti quella che quasi tutti saltano. Le ragioni si vedono la prima sera.

  • La voce si ferma dove il pensiero salta. Pensata, la risposta ti sembra completa: il pensiero riempie i vuoti da solo. Detta, i vuoti diventano pause — e le pause si sentono.
  • Tirare fuori una cosa dalla memoria è ciò che la fissa. È il principio del richiamo attivo, quello che racconta da decenni chi studia la memoria: ripescare una nozione la incide più che rileggerla.
  • Rileggere dà una sensazione di sapere che l’esame smentisce. La familiarità del testo si scambia per padronanza, e a libro chiuso cade: meglio che cada in camera tua.
  • Le parole tecniche vanno provate in bocca. Quelle che hai soltanto letto escono storpiate, o non escono.

Le ultime due settimane, in tre tratti

L’errore più comune non è studiare poco: è mettere la voce in fondo, il giorno prima, quando non resta il tempo di accorgersi di niente. L’ordine giusto è l’opposto.

  1. Chiudere il programma

    Qui si studia ancora, e l’obiettivo non è capire tutto a fondo: è che non resti nessun argomento mai visto. Un buco conosciuto si tappa; un buco ignorato ti aspetta all’esame.

  2. Trasformare il programma in domande

    Ogni voce dell’indice, girata al rovescio, è una domanda d’esame: «Le fonti del diritto» diventa «Quali sono le fonti del diritto e in che rapporto stanno fra loro?». E vanno scritte, non pensate: una domanda pensata si adatta alla risposta che hai in mente.

  3. Rispondere, mescolando

    L’ultima settimana si risponde a voce, pescando le domande alla cieca: nell’ordine del programma sai già cosa viene dopo, ed è solo un altro modo di rileggere.

Se i giorni sono pochi l’ordine non cambia: si comprimono i tratti, non si salta quello a voce. Meglio due argomenti non ripassati che tutto il programma letto e mai detto ad alta voce.

La forma di una risposta, e chi te la corregge

Una risposta all’orale non è un tema: è una struttura corta che si allarga a richiesta. Chi comincia dai dettagli sperando di arrivare al punto viene interrotto prima di arrivarci.

  • Prima frase: di che cosa parliamo. Una definizione, o una collocazione dentro la materia.
  • Poi: perché il tema esiste. È la frase che distingue chi ha capito da chi ha imparato.
  • Poi la struttura, nominata prima di svolgerla. Chi ascolta sa dove stai andando, e tu anche.
  • Infine un esempio e un collegamento, aperto da te: quasi sempre è la domanda che stava arrivando.

Il correttore migliore resta un compagno di corso: davanti a un’altra persona non puoi barare sulla fluenza. Chi interroga tiene le domande scritte e non aiuta durante; la restituzione arriva dopo, su tre cose sole — cosa mancava, cosa era fuori posto, dove chi ascoltava si è perso. Se non c’è nessuno, spiega l’argomento a chi non ne sa niente.

Dove Alessandria entra, e dove no

Tutto quello che c’è scritto sopra funziona con un foglio e un compagno di corso. Il punto in cui Alessandria toglie fatica è il più noioso: avere le domande già pronte su tutto il programma, invece di ricavarle a mano nella settimana in cui servirebbe usarle.

Carichi le registrazioni delle lezioni e ne escono la lezione scritta per intero, gli appunti ordinati e il glossario dei termini nominati a lezione. Sul corso intero ci sono poi gli strumenti che leggono tutte le lezioni insieme: la simulazione d’esame, il quiz a crocette, il mazzo di flashcard, il super-riassunto e una tabella di marcia. Le domande su cui allenarti esistono già prima che tu ti sieda a scriverle.

Quello che qui non troverai, perché non c’è: Alessandria non ti ascolta mentre rispondi e non corregge una risposta parlata, e non dà nessun voto. La parte a voce resta tua. Non si scarica niente — quiz e flashcard si ripassano qui dentro, le flashcard non si portano in Anki, l’unica uscita è pubblicare gli appunti su Notion. E una lezione, per Alessandria, è una registrazione audio o un file di testo: niente slide, niente PDF.

Se le lezioni ce le hai già nel telefono, la prova più corta è caricarne una e leggere le domande che ne escono.

Il silenzio di tre secondi

C’è un silenzio, all’orale, fra la domanda e la tua prima parola. Dura tre secondi: quelli in cui cerchi da dove cominciare, mentre la commissione ti guarda cercare. Hanno una proprietà strana, quei tre secondi — te li porti dietro per tutta l’ora che segue, e quell’ora te la ricordi per anni. Chi la risposta l’ha già detta a voce, anche una volta sola, non li ha: attacca dalla prima frase, perché sa qual è.

Le domande te le fai comunque: la sera prima, disordinate, col libro aperto accanto. Averle già scritte su tutte le lezioni del corso, e poter passare quella sera a rispondere invece che a compilarle, costa 6,49 € al mese, meno se ne prendi più d’uno insieme. Le prime due lezioni non si pagano.

La stessa domanda, prima e dopo l’allenamento a voce

Come esce a chi ha studiato leggendo

«Allora… le fonti del diritto sono, ehm, la Costituzione, poi le leggi, e poi… ci sono anche i regolamenti, che però stanno sotto. Poi c’è il diritto europeo che, cioè, vale prima delle leggi nostre, questo l’ho letto. E poi la consuetudine, che però conta poco. Sì, ecco, in pratica c’è una specie di scala, no? Dove le cose sopra… valgono di più.» — Tutto quello che ha detto è nel libro. Ma non ha detto che cos’è una fonte, non ha detto perché la scala esiste, e ha messo l’Europa in mezzo a caso. A questo punto il docente interromperà per rimettere ordine, e da lì in poi guida lui.

La stessa risposta, dopo tre giri a voce alta

Prima frase — di cosa parliamo

«Le fonti del diritto sono gli atti e i fatti da cui nascono le norme giuridiche.»

Seconda — perché il tema esiste

«Il problema che pongono è il conflitto: quando due norme dicono cose diverse, serve un criterio per sapere quale prevale. Da qui la gerarchia.»

Poi — la struttura, in tre passaggi

«Al vertice la Costituzione, poi le fonti primarie, poi quelle secondarie. Il criterio gerarchico si combina con quello cronologico e con quello di competenza.»

Infine — l’esempio e il collegamento

«Il diritto dell’Unione europea sta fuori da questa scala e si applica per un principio diverso, il primato: è il collegamento che di solito viene chiesto subito dopo, e conviene aprirlo da soli.»

Le nozioni sono le stesse. Quello che è cambiato è che esistono un inizio, un ordine e una fine — e che chi risponde ha già detto queste frasi tre volte prima di stamattina.

Esempio dimostrativo: la domanda e le due risposte qui sopra le abbiamo scritte noi a tavolino, su nozioni da manuale. Nessuna registrazione d’aula, nessun esame reale e nessuna parola di un docente vero finiscono su questa pagina.

Domande su come si prepara un orale

Quanti giorni prima si comincia a prepararsi per un esame orale?

La domanda che conta è un’altra: quanti giorni prima cominci a rispondere a voce. Le ultime due settimane stanno in tre tratti — chiudere il programma, scrivere le domande, rispondere a libro chiuso — e quando i giorni sono meno si comprimono i tratti, senza togliere l’ultimo.

Come si fa a esercitarsi per un orale se non c’è nessuno che ti interroga?

Ti scrivi le domande prima, quando sei lucido, poi le peschi alla cieca e rispondi a voce alta a libro chiuso: la voce si ferma dove il pensiero salta. Se puoi, registrati col telefono e riascoltati — pause e giri a vuoto si sentono solo da fuori.

Alessandria mi ascolta mentre mi esercito e mi corregge?

No. Alessandria non ti ascolta mentre rispondi e non corregge una risposta parlata: non dà voti e non dice se l’hai detta bene. Ti dà su cosa allenarti — la lezione scritta per intero, gli appunti, il glossario, la simulazione d’esame sul corso — e la parte a voce resta tua.

Le domande, già scritte su tutto il programma

Carica le lezioni del corso e ricevi la simulazione d’esame costruita su tutte insieme: le domande su cui allenarti a voce, senza doverle ricavare a mano nelle sere che restano.

Due lezioni per provare, senza carta di credito.