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Cosa dicono gli atenei italiani sull’AI

In Italia non esiste una regola nazionale sull’uso dell’AI negli studi: ogni ateneo scrive la sua. Abbiamo aperto i documenti di tre università e sotto parole diverse l’impianto è lo stesso: l’AI affianca ma non sostituisce, dentro una valutazione serve il permesso, l’uso si dichiara, la responsabilità resta tua.

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Cerchi una risposta e ne trovi dieci diverse

Hai un elaborato da consegnare e una domanda semplice in testa: posso farmi aiutare da uno strumento di AI, e fino a dove? La scrivi su un motore di ricerca e tornano dieci pagine che dicono dieci cose diverse, e nessuna nomina un documento vero.

La risposta onesta è che non esiste una norma nazionale che dica cosa uno studente può farci con l’AI. Le università sono autonome e ognuna scrive le proprie regole: la sola risposta che vale per te sta in un documento del tuo ateneo, e molto spesso in una riga del programma del tuo insegnamento. La buona notizia è che quei documenti si somigliano: ne abbiamo letti tre di fila, e l’impianto è quasi identico.

Se invece la lezione l’hai persa, quello è un altro problema: carica la registrazione su Alessandria e ritrovala scritta.

Tre documenti veri, con le loro date

Sono pagine pubbliche sui siti degli atenei, aperte e lette ad agosto 2026: una fotografia, non una legge.

  1. Pavia — le linee guida di maggio

    Delibera del Consiglio di Amministrazione n. 153. È la più esplicita sui limiti: «non è consentito l’uso dell’AI per generare risposte durante esami e verifiche di apprendimento, salvo esplicita autorizzazione del docente», e ogni elaborato scritto con l’AI «deve contenere una dichiarazione che specifichi gli strumenti utilizzati, il perimetro di applicazione e le modalità di impiego». Per studiare, la porta è aperta.

  2. Bologna — un elenco di casi, uno per uno

    Invece di enunciare principi, Bologna elenca le situazioni tipiche e per ognuna dice se è ammessa. Costruire l’indice della tesi è «coerente con i principi della policy di Ateneo purché sia mantenuta una supervisione attiva e critica»; il «copia e incolla» di frasi e paragrafi generati no. E quasi ogni voce ripete la stessa postilla: verificare col docente.

  3. Modena e Reggio Emilia — le più recenti

    Adottate il 29 luglio, sono anche le più larghe: l’AI si può usare durante esami, verifiche e tesi, ma «solo previa ed esplicita autorizzazione del docente o della commissione», dichiarando misura e finalità.

Perché tre e non venti: perché queste tre le abbiamo aperte davvero. Padova doveva essere la quarta, ma il documento per studenti non siamo riusciti a raggiungerlo, e un ateneo che non abbiamo letto non entra.

Quattro punti che si ripetono, e uno che cambia

  • L’AI affianca, non sostituisce. A Modena e Reggio Emilia è scritto proprio così: l’AI può affiancare le persone ma «non sostituirne il pensiero critico, l’apporto personale e la responsabilità». È il criterio a cui appellarsi per un caso che il documento non prevede.
  • Dentro la valutazione serve il permesso. Studiare è una cosa, essere valutati è un’altra: nel momento in cui il lavoro viene giudicato la parola che ricorre ovunque è autorizzazione, ed è del docente o della commissione. Nessuno dei tre dà un permesso generale valido per tutti i corsi.
  • L’uso si dichiara. Non basta che sia permesso: va scritto quale strumento, per quale parte del lavoro e in che modo. Bologna lo ripete caso per caso, con la formula «richiede citazione dell’uso di GenAI».
  • La responsabilità resta tua. «Gli studenti rimangono pienamente responsabili dei contenuti presentati come propri, anche quando supportati da strumenti di AI». Le fonti inesistenti che uno strumento può aver prodotto le firmi tu.

Quello che cambia è quanto lontano si spingono. Pavia scrive un divieto e ci mette accanto l’eccezione; Modena e Reggio Emilia parte da un’apertura e ci mette accanto la condizione — e nessuno dei due testi vale per l’ateneo dell’altro.

Come trovi la regola del tuo ateneo

È la parte che non invecchia: le regole cambiano, il posto dove stanno no. Tre punti, in quest’ordine, e ci si ferma al primo che risponde.

  1. Il sito dell’ateneo

    Cerca «linee guida intelligenza artificiale» insieme al nome della tua università: stanno quasi sempre fra statuto, regolamenti o policy. Se ne trovi più di uno, guarda a chi è rivolto — spesso ce n’è uno per la ricerca e uno per la didattica, e a te serve il secondo. Se stai per laurearti, le regole sulla tesi possono stare invece nel regolamento del tuo corso di studi.

  2. Il programma del tuo insegnamento

    È il posto che quasi nessuno apre, e a Pavia è messo nero su bianco che tocca al docente: le regole d’uso «devono essere chiaramente indicate dai docenti nel Syllabus del corso all’inizio dell’anno accademico».

  3. Il docente

    Se i primi due non dicono niente resta lui, ed è comunque l’unico che può rispondere per il suo esame. Due righe di mail bastano, e si scrivono prima: fatta prima è organizzazione, fatta dopo è un’altra conversazione.

Da che parte della linea sta Alessandria

Tutti e tre i documenti tracciano la stessa linea: da una parte capire, organizzare, ripassare; dall’altra produrre il testo che consegni. Alessandria sta tutta dalla prima parte. Carichi la registrazione di una lezione e ti torna la lezione intera scritta, dal primo minuto all’ultimo e non un riassunto in poche righe, con gli appunti divisi per argomento, il glossario, la mappa concettuale, i quiz e le flashcard. Sul corso intero ci sono il super-riassunto, la simulazione d’esame e la tabella di marcia.

Il motivo è banale: negli appunti finisce quello che è stato detto a lezione, non una definizione presa da altrove. E cosa non fa, che qui conta di più: non scrive niente da consegnare. Non accetta slide, PDF, immagini o video — una lezione è una registrazione audio oppure un file di testo — e non esporta file. Dichiarare l’uso dove il tuo ateneo lo chiede resta compito tuo.

Provala con la lezione di domani: si apre dal browser, non c’è niente da installare e nessuna chiave da configurare.

La regola c’era già, e nessuno te l’ha fatta leggere

La scoperta spiacevole, arrivati in fondo, non è che le regole siano severe: è che erano già scritte, pubbliche e a due clic di distanza da mesi, e nessuno te le ha mai messe davanti. Chi sbaglia qui quasi mai lo fa in malafede: la riga che lo riguardava stava in un documento che nessuno gli ha detto di aprire.

La stessa ricerca, fatta male e fatta bene

Come la cerca chi non la trova

Scrivo su un motore di ricerca «si può usare chatgpt per la tesi». I primi risultati sono articoli lunghi e ben scritti, con titoli come «la percentuale di AI ammessa nel 2026»: due di loro appartengono a servizi che vendono scrittura di tesi. Uno dice che gli atenei tollerano fino a una certa quota di testo generato, un altro cita un numero preciso di procedimenti disciplinari in una certa università. Nessuno dei due mette il link a un documento. Chiudo dopo venti minuti convinto di aver capito, e quello che ho in mano è il riassunto di qualcuno che ha interesse a vendermi qualcosa — mentre il regolamento che vale per me non l’ho ancora aperto.

Gli stessi venti minuti, spesi dove c’è la risposta

Minuto 1 — il sito della mia università, non il web

Cerco «linee guida intelligenza artificiale» più il nome del mio ateneo. Se c’è, sta fra statuto, regolamenti o policy. Guardo a chi è rivolto il documento: mi serve quello sulla didattica, non quello sulla ricerca.

Minuto 4 — la scheda del mio insegnamento

Apro il programma del corso e cerco la parola «strumenti». È la riga che vale per il mio esame, e batte tutto il resto.

Minuto 7 — se sto per laurearmi, le istruzioni per la prova finale

Le regole sulla tesi spesso non stanno nel documento sull’AI: stanno nel regolamento del corso di studi, insieme a cosa va dichiarato e dove.

Minuto 10 — la mail, se serve ancora

«Buongiorno, per l’elaborato del suo corso vorrei usare uno strumento di AI per la revisione linguistica: è ammesso, e come preferisce che lo dichiari?» Due righe, e la questione è chiusa per iscritto.

La differenza non è il tempo: è che alla fine del secondo percorso hai una risposta che vale per te, e nel primo hai un’opinione che vale per nessuno.

Esempio dimostrativo: il percorso di ricerca qui sotto l’abbiamo ricostruito noi a tavolino per mostrare il metodo. Non descrive la navigazione di una persona reale.

Domande sulle regole degli atenei

Esiste una regola valida per tutte le università italiane?

No. Le università italiane sono autonome e ognuna scrive le proprie regole sull’AI, e dentro lo stesso ateneo un singolo docente può stringere le maglie per il suo esame — a Pavia è previsto per iscritto che le regole d’uso siano indicate nel programma del corso. La sola risposta che vale per te esce da due documenti: quello del tuo ateneo e il programma del tuo insegnamento.

Il mio ateneo non ha scritto niente sull’AI: cosa faccio?

Succede spesso, e il silenzio non è un permesso. La cosa da fare è una: chiedere al docente prima di cominciare, per iscritto, e tenersi la risposta. Nel frattempo i punti che questi tre documenti hanno in comune sono una bussola ragionevole — l’AI per capire e organizzare, non per produrre quello che consegni.

Queste informazioni valgono ancora oggi?

È una fotografia presa ad agosto 2026, e i documenti degli atenei si muovono: quelli di Modena e Reggio Emilia erano usciti da poche settimane quando li abbiamo letti. La parte da portarsi via non è l’elenco dei tre atenei, ma il metodo per trovare il documento del tuo.

Da dove viene

Le pagine lette per scrivere questo articolo. Gli indirizzi sono quelli veri, non riscritti.

Le lezioni che hai già, dalla parte giusta della linea

Carica la registrazione della prossima lezione e ritrovala scritta per intero, con gli appunti divisi per argomento e il glossario. Le prime due lezioni non si pagano e non chiedono la carta; dopo, Alessandria costa 6,49 € al mese, 5,99 € pagando tre mesi insieme e 3,99 € sull’annuale, e in ogni piano c’è tutto.

Le ore di lezione le hai già seguite: la differenza è se alla fine resta qualcosa da studiarci.